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Analisi e inchiesta

Rapporto dall'Umbria

Manifattura in arretramento, salari più bassi dell'11,5% rispetto alla media nazionale, oltre 41mila lavoratori invisibili: anatomia di un'economia regionale ridotta al ruolo di subfornitrice.

di Stefano Vinti
Acciaierie di Terni
Acciaierie di Terni

Le 500 maggiori imprese umbre

Una puntuale analisi sui dati relativi alle 500 maggiori imprese dell'Umbria è stata prodotta dal mensile Micropolis, che esce ormai da circa trent'anni come inserto del quotidiano Il Manifesto in Umbria.1

Le imprese, in Umbria, sono circa 95.000, perlopiù piccole e piccolissime unità produttive. Quella che l'analisi prende in considerazione è, invece, la parte forte del sistema imprenditoriale e produttivo regionale, attinente il terziario e la manifattura.

Nella manifattura in senso stretto, tra il 2023 e il settembre 2024, l'occupazione è diminuita di 6.304 unità. Nell'edilizia si è passati da 16.900 a 15.400 addetti.

La Camera di Commercio, che prende in considerazione il periodo 2015-2025, attesta che la manifattura rappresenta l'8,8% del tessuto economico, con un calo del 15% e una diminuzione della forza lavoro di quasi il 4%. Quindi, un grave arretramento della manifattura, con una crescita degli addetti per impresa, con la media che passa da 8,6 a 9,8 unità per azienda, e con i salari notevolmente superiori alla media regionale, mentre perdura uno svantaggio retributivo complessivo del lavoro dipendente nel settore privato, che, secondo l'Istat, risulta inferiore dell'11,5% rispetto a quello medio nazionale.

Le retribuzioni

La retribuzione media annua, in Umbria, risulta pari a 30.872 euro e quella nazionale a 37.360 euro.

Le retribuzioni dei dipendenti privati, con contratti a tempo pieno e indeterminato, rispetto alla media nazionale, nel dettaglio sono: apprendista -5,8%, dirigente -16,1%, quadro -12,3%, impiegato -8,9%, operaio -6,7%. Un quadro davvero impressionante della diseguaglianza che colpisce i lavoratori umbri rispetto a tutta la classe lavoratrice del resto del Paese, che si abbina a un livello d'insicurezza e precarietà davvero molto pesante, tanto che il 38% dei lavoratori umbri non si sente sicuro del proprio posto di lavoro e avverte un senso di precarietà molto profondo.

I dati della CGIA di Mestre

Infatti, la CGIA di Mestre ci fornisce un dato pesante, dal punto di vista sociale ed economico, culturale e politico: esiste un esercito di ben 41.700 lavoratori invisibili, senza contratto, senza diritti e con salari e stipendi poveri, per un volume di affari che ammonta a quasi un miliardo di euro, con un tasso d'irregolarità dell'11,4%, più alto della media italiana e di tutte le regioni del centro-nord.

I bilanci e i settori

Analizzando Top 500 aziende, bilanci e performance delle principali imprese dell'Umbria; edizione 2025, ordinati per fatturato, i settori economici nettamente superiori sono la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) e il meccanico-metallurgico.2

Nel quinquennio 2020-2024, calano in modo consistente la GDO e il commercio, frutto della riduzione dei consumi e dell'accentuata concorrenza. Crolla quasi del 50% il settore chimico-farmaceutico, aumenta il turismo, che tuttavia non si concentra nelle aziende maggiori, ma in quelle di più contenuta dimensione.

Le imprese manifatturiere realizzano il 42% del fatturato; se si aggiunge il dato dell'edilizia, si raggiunge quindi il 50%. L'occupazione nel settore manifatturiero in senso stretto è pari al 44,6%, che, aggiungendo l'edilizia, sale a oltre il 54%. I settori che occupano più addetti sono: il meccanico-metallurgico (32,3%), i servizi (15,60%) e la GDO (11,16%).

Delle 500 aziende censite, solo 149 sono società per azioni, di cui solo 61 sono presenti nel settore manifatturiero; 30 imprese hanno più di 500 addetti, quindi domina la piccola e media industria tra le «Top 500», ma la caratterizzazione del sistema produttivo regionale è definita dalle 95.000 piccole e micro imprese. Solo 13 imprese fatturano più di 500 milioni, che configurano il 46% delle 500, contro 300 che fatturano meno di 25 milioni.

Per quanto riguarda gli utili, complessivamente pari a 1,3 miliardi, otto imprese realizzano più di 25 milioni e rappresentano, anche questo caso, oltre il 46% degli utili dell'insieme delle 500 imprese.

La distribuzione territoriale: criticità e punti di forza

Sono 240 le imprese che si localizzano in cinque Comuni: Perugia, Terni, Foligno, Città di Castello e Umbertide; 117 in altre sei: Assisi, Bastia Umbra, Corciano, Gubbio, Marsciano, Spoleto; 143 hanno sede negli altri 81 Comuni.

L'analisi di Micropolis, a firma Covino e Francisci, prosegue per fornire qualche elemento ulteriore per comprendere i caratteri della struttura dell'apparato manifatturiero della regione, i suoi punti di criticità e quelli di forza. Sono stati evidenziati i quattro comparti manifatturieri: l'agroalimentare, il chimico-farmaceutico, il meccanico-metallurgico, il tessile e abbigliamento, oltre all'edilizia e ai servizi.

Nel settore agroalimentare sono 62 le imprese elencate nella Top 500. Solo due hanno un fatturato sopra i 200 milioni. Altra due si collocano tra i 150 e i 200 milioni. Gli utili sono relativamente bassi. Solo due aziende hanno oltre 300 addetti, quattordici si collocano tra le 50 e le 200 unità.

L'analisi non tiene conto della Nestlé di Perugia, l'ex Perugina, in quanto si tratta di un'unità produttiva senza nessuna autonomia, dipendente da un'impresa che ha in Svizzera i luoghi di decisione; quindi, un'unità produttiva e non un'azienda.

Tra i comparti del settore, quello più rilevante è la molitura grano, olio e mangimi. Per quanto attiene a fatturati, utili e occupati, segue in termini di addetti il tabacco, un complesso di lavorazioni dove la presenza delle innovazioni tecniche è assai marginale, con utili molto risicati.

In forte regresso si presenta il settore chimico, che oggi occupa meno addetti di quelli che lavoravano solo a Terni negli anni '80 del '900. Le imprese di rilievo sono 19, con solo 2 che hanno fatturati tra i 100 e i 150 milioni, con utili molto bassi; infatti, solo un'impresa realizza profitti oltre i 10 milioni, solo un'azienda ha più di 250 addetti. Il settore è in crisi e opera in lavorazioni e cicli maturi.

Le plastiche e la loro lavorazione coprono in termini di occupati quasi il 50%. La chimica in Umbria si configura ormai come un settore residuale, in cui i processi d'innovazione sono bloccati.

Il peso di metallurgia e meccanica

Il settore della metallurgia e la meccanica rappresenta, in termini di fatturato, utili e occupazione, la parte più pesante del tessuto industriale regionale. Su un totale di 101 aziende, sono 79 quelle che realizzano un fatturato tra i 10 e i 50 milioni. Relativamente agli utili, in 74 non superano i 3 milioni e 75 occupano tra i 20 e 150 addetti. Quelle con più di 250 lavoratori sono 15, comprendendo l'AST (Acciai Speciali Terni) e la Metalmeccanica Tiberina di Umbertide. La prima fattura 2.454 milioni, con 32,4 milioni di utili, mentre la Tiberina Holding ne realizza 34 milioni. La galassia di imprese che ruota intorno alla Tiberina fattura 1.648 milioni. I profitti sono 71 milioni e i lavoratori impiegati sono 4.735.

Fatturati, utili e occupati si concentrano prevalentemente nella produzione siderurgica e metallurgica e nell'automotive, che forniscono semilavorati e forniture alle grandi imprese automobilistiche e componenti per singole linee produttive di Stellantis.

Nel settore aeronautico sono giunte commesse a rilevanti da Leonardo. Le imprese umbre sono subfornitrici, prive di reale autonomia e quindi legate alle aziende per cui lavorano; stante la crisi del comparto auto, è del tutto prevedibile una drastica riduzione dello stesso, con licenziamenti e cassa integrazione, forse attutiti da una riconversione bellica delle produzioni.

Occorre tener conto che la siderurgia è sottoposta alle oscillazioni del mercato, dove esistono potenti competitori internazionali, soprattutto asiatici. Le previsioni nel breve periodo per la siderurgia e la meccanica non sono affatto ottimistiche, e difficili saranno i margini di riconversione del ciclo produttivo e del prodotto.

Il tessile e l'edilizia

Tra le Top 500 solo 13 aziende afferiscono al settore tessile e abbigliamento. La più rilevante per fatturato, utili e occupazione è la «Brunello Cucinelli S.p.A.», con 1.279 milioni di fatturato, 129 milioni di utili e 3.101 dipendenti. Segue per fatturato «Luisa Spagnoli», che fattura 129 milioni, occupa 851 addetti, ma certifica una perdita di oltre 5 milioni. Tutto sommato, una presenza del tessile, nelle Top 500, chiaramente secondaria.

In Umbria l'edilizia è stato uno dei settori che avuto un ruolo centrale nell'economia regionale – le famose «3 c»: cavatori, cementieri e costruttori – fino alla crisi del sistema neoliberista del 2008, con una ripresa grazie alle risorse del PNRR, e ora rischia una nuova grave difficoltà, proprio con l'esaurirsi della spinta propulsiva del PNRR, come dalle avvisaglie di questi ultimi mesi.

Sono 46 le imprese nella «Top 500» dell'edilizia; ma, se si tolgono la Colacem e la Colabeton, con un fatturato pari a 740 milioni e oltre 300 lavoratori ciascuna, il comparto delle costruzioni e dei prefabbricati è marginale. Il settore dell'edilizia, in Umbria, è sempre legato alla rendita e alla spesa pubblica, con bassa propensione all'innovazione del processo produttivo.

L'analisi di Covino e Francisci prosegue nel settore servizi, che comprende anche le public utility (acqua, gas, elettricità, rifiuti) e le cooperative di servizi (ristorazione collettiva, servizi ai più fragili, pulizie ecc.); ne scaturisce un comparto molto povero, con bassi utili, dove le aziende di servizi alle imprese non sono rilevanti, in gran parte dipendenti dai finanziamenti pubblici.

Una economia dipendente

Queste «pennellate» sulle più significative aziende dell'Umbria confermano lo stato dell'economia regionale, che oscilla tra il galleggiamento e un forte declino. Insomma, un sistema che lavora prevalentemente come subfornitore di aziende esterne alla regione, o su appalti pubblici.

Senza un cambio radicale di rotta, di declino economico e sociale dell'Umbria, certificato anche dall'inserimento della regione nella ZES (Zona Economica Speciale), non può che accentuarsi, nel cambio di paradigma internazionale che stiamo vivendo e, soprattutto, se la politica non aumenterà decisamente il suo intervento per una nuova politica economica.