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Analisi e inchiesta

Oltre Pomigliano

Trentasette anni di catena di montaggio, dal taylorismo al toyotismo: viaggio dentro Stellantis e dentro un Paese che ha smesso di interrogarsi sul lavoro industriale.

di Antonio Di Luca
Stabilimento Stellantis di Pomigliano d'Arco
Stabilimento Stellantis di Pomigliano d'Arco

60 secondi a vettura

Parlare di lavoro industriale, oggi, non è solo un esercizio di memoria o di testimonianza: è un dovere morale. Lo è soprattutto per chi come me, in trentasette anni di fabbrica, ha attraversato trasformazioni profonde dell'organizzazione del lavoro — dal taylorismo al toyotismo — rimanendo ancora oggi, a sessant'anni (e non senza cicatrici), su una catena di montaggio che corre poco sopra i 60 secondi a vettura.

Eppure, proprio mentre il lavoro cambiava radicalmente, una parte non marginale della pubblica opinione e della stessa sinistra, accettando i dogmi del neoliberismo imperante, lo hanno progressivamente rimosso. Le moderne organizzazioni produttive, sempre più pervasive e sofisticate, fondate sull'utilizzo intensivo della forza lavoro, sono così diventate un tema scomodo, che pochi, anche a sinistra, hanno voluto in questi anni indagarlo a fondo, probabilmente per evitare di ammettere il fallimento delle proprie scelte, politiche, culturali, ideologiche.

Negli ultimi decenni, le dottrine del neoliberismo globalizzato non sono rimaste confinate nei manuali di economia: sono invece penetrate nel linguaggio e nelle pratiche comuni della politica, dell'informazione, dell'impresa, nelle stese idee del mondo progressista. Il risultato di tutto ciò è oggi sotto gli occhi di tutti: la precarietà è diventata non un effetto collaterale del finanzcapitalismo, per dirla con Luciano Gallino, ma un pilastro strutturale del nostro sistema socio-economico contemporaneo.

Necroliberismo

In Italia questa trasformazione neoliberista ha assunto una forma particolarmente feroce. Da oltre vent'anni la precarietà è stata progressivamente accettata e istituzionalizzata sino a diventare uno strumento ordinario di governo del mondo produttivo e del tessuto sociale delle metropoli moderne. Una condizione di fragilità permanente che ha scavato nel profondo di vasti strati sociali e generando dovunque solitudine, insicurezza, insieme ad una diffusa perdita di fiducia nel futuro di gran parte della classe lavoratrice. Le storie, individuali e collettive, di chi vive questa tragica realtà del presente, emergono raramente, e quasi sempre solo in occasioni di licenziamenti collettivi o, peggio, al cospetto di tragedie inaccettabili, come quelle dei morti sul lavoro che, solo per un breve momento, spazzano via il silenzio prima che tutto torni come prima.

È questo il punto più profondo di rottura: nell'attuale società capitalistica il lavoro perde valore al punto che la sua negazione estrema — la morte — diventa l'unico modo per raccontarlo. Siamo di fronte ad una sorta di «necroliberismo»: abbiamo la sensazione viva di essere all'interno di un devastante processo di perdita di senso (e di umanità), dove la vita vera delle persone, subordinata alle ferree regole del mercato, vale, nei fatti, meno che un nulla, un'inezie, uno zero assoluto. Dalla vita vera delle nostre comunità, da quella Costituzione materiale, come amava definirla il nostro indimenticabile Stefano Rodotà, occorre ripartire se vogliamo davvero ricostruire una sinistra che si proponga di ricostruire un legame empatico con la nostra gente. Dunque, non dichiarazioni di principio, comunicati stampa generalisti, odiosi personalismi politici che appaiono stanchi e senza un riscontro reale; ciò che occorre, al contrario, è un ritorno concreto al lavoro, al suo nuovo e radicale modello organizzativo che ora, nella società postmoderna, sembra sempre più estendersi dalla fabbrica alla società, con la conseguenza che — come anni fa osservava Mario Tronti — «quando tutta la società viene ridotta a fabbrica, la fabbrica – in quanto tale – sembra sparire».1

In una società frammentata dove — tra innovazione tecnologica e transizione ecologica — tutto cambia velocemente non possiamo assolutamente separare cosa produrre dal come produrre né possiamo non interrogarci con quali conseguenze sociali e ambientali avviene questo sconvolgente processo destrutturante, che, come cartina di tornasole, si manifesta nel mondo che abitiamo. La transizione ecologica rappresenta, in tal senso, una sfida decisiva e ineludibile in questa quarta rivoluzione industriale, ma dubito che essa possa avvenire rimanendo inalterato l'attuale e selvaggio modello di sviluppo capitalistico, che, non contemplando nessuno dei fondamentali diritti acquisiti dalla classe operaia del dopoguerra, si rivela sempre più un'operazione vuota e regressiva.

Affidare a chi ha prodotto il danno sociale e ambientale anche la gestione della bonifica, senza cambiare le regole del gioco, è illogico. Dobbiamo essere consapevoli che in questo contesto globale, caratterizzato dalla cancellazione dei più elementari diritti civili e da devastanti guerre globali, non può esistere una vera sostenibilità delle nostre produzioni senza tenere insieme «Stato sociale» e «Stato naturale»: cioè una rigorosa tutela dell'ambiente insieme ai diritti fondamentali di chi opera e produce beni necessari alla nostra esistenza. Separarli, come in parte sta accadendo un po' ovunque in questo scorcio di secolo, significherebbe indebolire entrambi sino a compromettere definitivamente i valori fondativi della nostra civiltà.

La politica industriale

Queste contraddizioni emergono con particolare evidenza nel settore automotive. La nascita di Stellantis nel 2021, attraverso la fusione tra PSA e FCA (ex Fiat), è stata presentata come un passaggio inevitabile in un mercato globale ormai sempre più competitivo. Tuttavia, la struttura stessa del gruppo — con una presenza attiva dello Stato francese e l'assenza di un ruolo analogo da parte italiana — ha reso evidente un problema politico di prima grandezza. Infatti, in questo processo di trasformazione repentino e radicale, tra elettrificazione e nuove tecnologie, l'attuale governo del nostro Paese appare non in grado di difendere né i lavoratori né le aziende già scosse dalla ferocia della competitività globale e dalla ricerca delle materie prime.

È bene qui sottolineare che non si tratta solo del destino di un grande gruppo e delle sue lavoratrici e lavoratori, ma di un intero sistema produttivo fatto di imprese dell'indotto, di competenze, di territori, che vivono un drammatico periodo di crisi. Affrontare questa transizione ecologica richiederebbe invece un ben diverso approccio sistemico: ad esempio, un tavolo permanente che coinvolga istituzioni, imprese e rappresentanze del lavoro, capace di coordinare progettazione e innovazione con ingenti investimenti pubblici e privati, politiche di formazione, strumenti di protezione sociale e adeguamenti salariali, per reggere l'urto della transizione in questi tragici tempi di guerra non voluta certamente dal mondo operaio.

Alcuni studiosi, come, tra gli altri, il professor Zirpoli,2 con una lucida e attenta disamina, ci confermano che molte lavoratrici e lavoratori stanno pagando un prezzo altissimo alle continue chiusure, riduzioni di personale, crollo dei salari ed al ricorso continuo della Cassa Integrazione.

Decenni di scelte errate di politica industriale dei nostri governi — che a partire dagli anni sessanta hanno favorito acquisizioni, come ad esempio quelle da parte di Fiat per Ferrari e Lancia, e negli anni Ottanta dell'Alfa Romeo e Maserati — hanno consegnato di fatto l'intero settore automobilistico italiano ad un'unica azienda. Altri Paesi invece, ritenendolo strategico, hanno aperto a diversi produttori, fin della filiera componentistica, dimostrando una chiara visione d'insieme industriale per la crescita del loro Paese e senza le conseguenze risultate drammatiche come per l'Italia.

Per quanto concerne invece direttamente ai problemi che affliggevano il gruppo Fiat, Luciano Gallino sostiene che i problemi erano principalmente due: il primo era la diversificazione orizzontale del tutto estranea al settore dell'auto come quella delle assicurazioni, energia elettrica, macchine movimento terra ecc., sottraendo importanti risorse economiche e manageriali al settore Auto; il secondo è stato quello, tutt'ora problematico, del mancato raggiungimento del volume delle produzioni.3

Il tema delle scelte di politica industriale non può dunque più essere eluso né dal nostro governo, né dalle nostre stesse organizzazioni sindacali e politiche di sinistra. Rimettere il lavoro e la sua dignità al centro della nostra iniziativa significa infatti ridefinire il ruolo dello Stato, ricostruire una vera soggettività politica del Movimento operaio, così da rendere giustizia sociale e sostenibilità ambientale contributi vivi e attuali ai principi fondanti della nostra carta costituzionale, che milioni di lavoratori, soprattutto giovani, hanno difeso nella straordinaria battaglia referendaria di pochi mesi fa.

La vera sfida non è solo economica o tecnologica: è, prima di tutto, democratica.

Stellantis

Vorrei brevemente concludere questa mia riflessione a pochi giorni dal prossimo e importantissimo Investitor Day di Stellantis del 21 maggio 2026 partendo proprio dall'altro Investitor Day del 21 aprile del 2010, dove il management Fiat nel presentare al Paese ufficialmente il piano strategico industriale (con il nome di Fabbrica Italia, e con svariati scorpori societari e venti miliardi di euro da investire in Italia in cambio di una maggiore libertà e un futuro fuori da Confindustria), diede il via ad un accordo separato, il cui testo che, tra i sindacati confederali presenti a Pomigliano, non vide la firma della sola Fiom Cgil. Una rottura che, come si ricorderà, porterà al Referendum il 22 giugno del 2010, i cui esiti, grazie ad una straordinaria battaglia della Fiom, non furono così plebiscitari come si aspettavano i vertici aziendali. Il 19 luglio dello stesso anno, attraverso una operazione amministrativa finalizzata alla gestione dei richiami per così dire «personalizzati» delle lavoratrici e dei lavoratori fu costituita una società con soli 50mila euro di capitale sociale. Una NewCo denominata FIP (Fabbrica Italia Pomigliano) ed il 29 dicembre, sempre del 2010 (stesura definitiva 13 dicembre 2011) siglato il Contratto Collettivo Specifico di Lavoro di Primo Livello (CCSL) che recepisce l'Accordo Separato di Pomigliano non firmato ancora oggi dalla FIOM-CGIL.

Ciò che accadde fu chiaro sin da subito, soprattutto a chi condusse quella battaglia per riportare la democrazia e la Fiom nelle fabbriche.

Gli interventi a sostegno di quella che non era una semplice vertenza, furono tantissimi e strutturati addirittura con ricerche come quella della Fondazione Centro per la Riforma dello Stato (Crs) presieduta da Mario Tronti,4 che, insieme ad Alberto Lucarelli e ai compianti Stefano Rodotà e Gianni Ferrara, giuristi, giuslavoristi, scrittori e associazioni come Libera, non scelsero di restare in silenzio.

Purtroppo, il CCSL ancora oggi tiene sotto scacco l'intera parte sindacale che lo ha sottoscritto. Infatti, in questi circa 16 anni dalla sua attuazione questa formula ha reso i firmatari non più soggetti «conflittuali», ma, come ampiamente prevedibile, cinghia di trasmissione dell'impresa. Non più rappresentanza, insomma, ma un inedito terminale operativo del management aziendale che vigila, controlla, persuade le maestranze non nell'interesse collettivo, ma semplicemente al fine di garantire governabilità, disciplina, adattamento: in sintesi, aggiungerei, semplicemente «conservazione».

La gestione ordinaria è stata così ridotta alla diffusione di comunicazioni aziendali; e tutte le fasi di «contrattazione», da parte dei sindacati firmatari di quell'accordo, sono, nei fatti, diventate operazioni di puro contenimento e neutralizzazione del dissenso. La scelta certificata della rinuncia al conflitto consapevole e democratico, possiamo infine dire, che sia dimostrata viatico di regressione: di «subalternità sistemica». Un cedimento alle politiche aziendali che non ha nemmeno più bisogno di essere imposte dall'alto, perché orientate, sin dall'inizio, all'autocensura, alla dismissione di un vero pensiero critico. Nelle varie commissioni, infatti, si evitano domande scomode: sulla cadenza produttiva, salute e sicurezza, carichi di lavoro, straordinario, giornate di permesso, equa distribuzione delle giornate di cassa integrazione, trasferimenti, le pause, il premio ecc., tutte domande che, tra l'altro, lacerano le relazioni sia tra gli stessi dipendenti, lavoratori, delegati e azienda all'interno dei reparti. Il risultato di questa cieca scelta sindacale à la carte è oggi più che mai preoccupante sul terreno dei diritti e delle relazioni sindacali.5 Perché se in una fase iniziale l'azienda ha ottenuto stabilità, silenzio, produttività, disciplina, nel lungo periodo questa gestione ha generato un inquietante deserto democratico fatto di pochissime assemblee retribuite dei sindacati firmatari, con lavoratrici e lavoratori delusi e senza più voce, e le imprese dell'indotto incapaci di reggere all'urto di inarrestabili crisi industriali, nella totale assenza delle istituzioni locali e nazionali.

La responsabilità di questa parte del Sindacato e di chi li ispira dall'esterno nel condividere pedissequamente ogni scelta aziendale, è a mio avviso, gravissima. Perché confondere i diritti e il bene comune di tutti i lavoratori e le lavoratrici con le compatibilità imprenditoriali e ambientali, non è altro che una resa anche agli inaccettabili silenzi del governo; una resa che dobbiamo respingere con fermezza attraverso un'incisiva mobilitazione democratica di massa, che coinvolga tutte le forze sociali e politiche democratiche presenti sul territorio, difendendo il futuro, la dignità e la civiltà del lavoro, dentro e fuori quel perimetro della seconda fabbrica più grande di tutto il Mezzogiorno.