Il mercato delle illusioni: come l'algoritmo ha mercificato i lavoratori e distrutto la coscienza di classe
Dalla tossicità del personal branding al "caporalato" digitale: viaggio nelle piattaforme di recruiting che estraggono profitto dai nostri dati. Con uno spiraglio di trasparenza.

C'era una volta l'ufficio di collocamento, o la sezione sindacale, o il circolo di quartiere. Luoghi fisici, imperfetti, a tratti polverosi, ma intrinsecamente collettivi. Luoghi in cui la condizione di chi cercava un impiego non era una colpa individuale da nascondere, ma una condizione sociale condivisa. Ci si guardava negli occhi, ci si riconosceva come parte di un medesimo corpo sociale: i lavoratori.
Oggi, quella piazza fisica è stata smantellata, recintata e privatizzata, sostituita da una galassia di bacheche digitali e portali governati da algoritmi opachi. Sotto la promessa luccicante della disintermediazione e della meritocrazia, le nuove piattaforme di reclutamento online hanno compiuto il capolavoro definitivo del tardo capitalismo: l'atomizzazione assoluta della classe lavoratrice e la trasformazione dell'individuo stesso in una merce che deve costantemente vendersi, sorridendo.
Per comprendere la portata di questa mutazione antropologica, non possiamo che partire dal leviatano assoluto di questo settore: la principale piattaforma di networking professionale al mondo, quel colosso dall'inconfondibile logo azzurro,1 oggi di proprietà della più celebre multinazionale informatica di Redmond. Nata nel lontano 2002, questa piattaforma ha superato recentemente la sbalorditiva soglia del miliardo di utenti iscritti a livello globale. Non stiamo parlando di un semplice sito web, ma di un vero e proprio Stato sovranazionale del lavoro digitale. I suoi bilanci parlano chiaro: con un fatturato annuo che si aggira intorno ai 15 miliardi di dollari, questa entità produce da sola una ricchezza pari al Prodotto Interno Lordo di intere nazioni sovrane, come il Madagascar, la Giamaica o Malta. Ma qual è la merce che genera questo enorme profitto? Siamo noi. I nostri dati, le nostre aspirazioni, la nostra rete di contatti, le nostre ansie da prestazione.
L'egemonia di questo gigante azzurro non è solo economica, ma profondamente ideologica. Navigare sulla sua homepage significa immergersi in un microcosmo di positività tossica, un teatro dell'assurdo dove lo sfruttamento viene costantemente riverniciato con il lessico del cambiamento, della resilienza e della crescita personale. Abbiamo visto tutti, con un misto di sgomento e rabbia, i post in cui dirigenti d'azienda celebrano licenziamenti di massa come dolorose ma necessarie opportunità di rinnovamento, oppure i messaggi di lavoratori appena licenziati che ringraziano l'azienda per il fantastico viaggio e le lezioni apprese. È il trionfo della falsa coscienza. L'individuo è spinto a costruire il proprio personal branding, trasformandosi nel CEO di sé stesso, in perenne competizione con i propri simili. Non esistono più colleghi, ma solo competitor in una vetrina digitale dove la solidarietà di classe è sostituita dall'elemosina di un like o di una conferma di competenza. In questo spazio, il conflitto tra capitale e lavoro è stato silenziato, cancellato dal codice sorgente.
Ma l'ecosistema del recruiting online non si ferma qui. Attorno al gigante azzurro orbita una costellazione di altri portali, ciascuno con una specifica funzione nell'ingranaggio dell'alienazione contemporanea. Prendiamo, ad esempio, il più famoso motore di ricerca e aggregatore di annunci di lavoro a livello globale. Dietro un'interfaccia minimalista, si nasconde una macchina trita-curriculum che ha ridotto la ricerca di un impiego a un gesto compulsivo, meccanico, alienante: la famigerata candidatura rapida. Con un clic, milioni di disperati inviano i propri dati nel buco nero di aziende che spesso pubblicano annunci fantasma (ghost jobs)2 solo per mappare il mercato o illudere i dipendenti attuali di essere vicini a un'assunzione di supporto. Qui, l'esercito industriale di riserva marxiano diventa digitale, un database infinito di disperazione quantificata, processata da intelligenze artificiali che scartano profili in base a parole chiave mancanti, senza che un occhio umano abbia mai posato lo sguardo su quelle vite.
Non meno perversa è la dinamica del noto portale internazionale basato sulle recensioni anonime delle aziende da parte dei dipendenti. A una prima lettura, potrebbe sembrare uno strumento democratico, un modo per dare voce alla base. In realtà, è la mercificazione del dissenso. La rabbia per uno stipendio da fame, le denunce di mobbing, la frustrazione per turni massacranti non vengono canalizzate nell'organizzazione sindacale o nello sciopero, ma sublimate in una recensione con un punteggio da una a cinque stelle, esattamente come si recensirebbe un tostapane acquistato online o una pizzeria. Il conflitto collettivo viene degradato a feedback del consumatore, un mero indicatore reputazionale che le aziende più scaltre imparano rapidamente a manipolare, sommergendo le voci critiche con finte recensioni entusiaste scritte sotto dettatura dalle risorse umane.
Se poi guardiamo al panorama nazionale, la situazione si aggrava, incrociandosi con le specificità del nostro asfittico mercato del lavoro. Esiste una storica bacheca digitale italo-spagnola, attiva da decenni, che per anni ha rappresentato il primo approdo per chi cercava impieghi nel terziario, nei servizi, nella logistica. Questo portale è diventato il più grande catalogo istituzionalizzato della precarietà: contratti a chiamata, finte partite IVA, stage non retribuiti mascherati da grandi opportunità formative. È la normalizzazione dello sfruttamento quotidiano, impaginato in comodi menù a tendina.
Ancora più emblematico — e per certi versi inquietante — è il caso del principale consorzio interuniversitario italiano che gestisce i dati di milioni di neolaureati.3 Nato con la nobile intenzione di fare statistica e agevolare l'incontro tra atenei e mondo del lavoro, questo enorme archivio pubblico si è trasformato, di fatto, in un colossale database i cui accessi vengono venduti alle aziende private. Prima ancora di aver discusso la tesi, lo studente viene profilato, etichettato, trasformato in un codice alfanumerico pronto per essere scaricato dal dipartimento HR di turno. Il sapere accademico piegato, senza alcuna mediazione critica, alle esclusive esigenze di approvvigionamento del capitale.
In tutte queste piattaforme, pur con sfumature diverse, vige una regola aurea, una spaventosa asimmetria di potere: la dittatura del segreto salariale. Il lavoratore che si iscrive a questi portali è obbligato a un vero e proprio striptease esistenziale e professionale. Deve fornire i propri dati anagrafici, la storia scolastica, le esperienze pregresse, gli hobby, le lingue parlate, spesso persino test della personalità e video-presentazioni. L'azienda, dall'altra parte dello schermo, si nasconde dietro formule omertose e mortificanti: retribuzione commisurata all'esperienza, pacchetto competitivo, ambiente giovane e dinamico. È un gioco truccato in partenza. Chiedere al candidato le sue aspettative economiche prima di svelare il budget aziendale è una pratica violenta, un ricatto psicologico volto esclusivamente a scatenare una guerra al ribasso tra poveri, costringendo il disoccupato a svalutare il proprio tempo e le proprie competenze pur di garantirsi la sopravvivenza.
Eppure, in questo panorama desolante di caporalato algoritmico, iniziano a emergere timide, ma fondamentali, crepe nel sistema. Alternative che dimostrano come la tecnologia non sia di per sé reazionaria, ma dipenda da chi la possiede e dai principi su cui viene programmata. Un caso esemplare in Italia è rappresentato da DataPizza.4 Nata come community e startup divulgativa nel mondo dei dati e dell'intelligenza artificiale (quindi nel cuore stesso della rivoluzione tecnologica), DataPizza ha recentemente lanciato un proprio portale di recruiting che scardina la principale leva di potere delle aziende: l'opacità.
Sulla piattaforma di DataPizza, la regola è ferrea e non negoziabile: la Retribuzione Annua Lorda (RAL) deve essere chiaramente indicata e in bella vista su ogni singolo annuncio. Se l'azienda non vuole svelare quanto è disposta a pagare, l'annuncio non viene pubblicato. È un principio di una semplicità disarmante, ma che nel contesto attuale assume i contorni di un atto sovversivo. Imporre la trasparenza salariale significa restituire dignità al tempo del lavoratore, evitandogli iter di selezione estenuanti (a volte lunghi mesi e articolati in innumerevoli colloqui) solo per scoprire alla fine che l'offerta economica è un insulto. Significa, soprattutto, riequilibrare almeno in parte le forze in campo all'inizio della trattativa. Non è ancora il socialismo, certo, ma è una rottura epocale rispetto alla narrazione tossica del dovere di farsi gavetta a prescindere dal compenso. L'esperienza di DataPizza dimostra che se i lavoratori — specialmente quelli altamente qualificati, ma il principio deve essere esteso a tutti — iniziano a pretendere trasparenza e a rifiutare le piattaforme che lucrano sull'opacità, l'algoritmo del capitale è costretto a piegarsi.
Il compito delle forze sociali, prima ancora che politiche, che si riconoscono nelle battaglie per i lavoratori, è immensamente gravoso. Non ci si può illudere di poter semplicemente spegnere questi portali e tornare al Novecento. Si deve piuttosto politicizzare il rapporto con queste bacheche digitali. Smettere di considerarsi utenti o, peggio, brand, e tornare a pensarsi come classe lavoratrice. Esigere per legge che nessuna inserzione di lavoro in Italia possa essere pubblicata senza l'indicazione precisa del salario, e denunciare la violenza psicologica di piattaforme che estraggono miliardi dai nostri curriculum per poi lasciare soli davanti allo schermo, a chiedersi perché non siamo stati abbastanza resilienti per il mercato. Il lavoro non è una merce da mettere in vetrina in attesa del miglior offerente al ribasso. Il lavoro è dignità. E la dignità, per sua stessa natura, non può essere regolata da un algoritmo.
