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Cultura

Dell'impotenza e della sua fertile ambiguità

Rileggere Dell'impotenza dopo la scomparsa di Paolo Virno: dall'operaio sociale alla paralisi frenetica del presente, fino al residuo irriducibile di libertà che la potenza inespressa custodisce.

di Niccolò Pecorini
Paolo Virno, ritratto
Paolo Virno, ritratto

Ci ha lasciato pochi mesi orsono Paolo Virno. La sua vita ha testimoniato fino all'ultimo una tensione mai rassegnata, capace di germogliare anche nel lungo inverno seguito alla sconfitta degli anni ottanta. Né il carcere nè la delusione politica sono riusciti a fiaccare un'intelligenza vivida e arguta che ha trovato riparo, per proseguire nelle sue interrogazioni, nella ricerca e nella speculazione filosofica.

Con autoironia amara e ficcante così diceva dei suo libri: «da qui comincia il bello, ovvero il difficile, cioè uno di quei rompicapi che esasperano e avvincono coloro che, dopo la sconfitta del primo e unico tentativo di rivoluzione comunista in seno al capitalismo pienamente sviluppato, non hanno trovato modi migliori di passare il tempo».

Quel «rompicapo» è l'inizio di una riflessione che attraversa antropologia, politica, linguistica e semiotica, mostrando una curiosità che non conosce quiete. In queste note, il dialogo con uno degli ultimi «cattivi maestri» prende le mosse dal testo Dell'impotenza. La vita nell'epoca della sua paralisi frenetica, che ben rappresenta le due spigolature che fanno da contrappunto a tutta la produzione di Virno: l'ottimismo mai rassegnato verso le possibilità aperte dal capitalismo contemporaneo e, al tempo stesso, l'angoscia, che è la stessa di tanti di noi, di chi constata la distanza ormai abissale tra le potenzialità teoriche e la cruda realtà.

Tutto muove da alcune premesse: in primo luogo una valutazione sul decennio compreso tra il 68 e il 77 in cui il movimento del 77 non è considerato, come invece usa fare la maggior parte della storiografia, la chiusura cruenta del decennio dell'orda d'oro.

Se il 77 conclude la fase che lo precede, lo fa aprendo uno scenario segnato dell'emersione di un'inedita figura: «l'operaio sociale», destinato a sostituire «l'operaio massa», protagonista indiscusso del ciclo precedente.

In secondo luogo, Virno associa questa comparsa ad un salto di scala determinato dalla ristrutturazione capitalista che va ben oltre la disarticolazione dalla fabbrica fordista. Nella sua nuova veste tecnologica il capitalismo dilata fino alle estreme conseguenze la capacità di incorporare all'interno della catena del valore l'intera esistenza. I processi produttivi tendono a coincidere con le qualità generali dell'essere umano, il linguaggio, l'intelligenza, l'affettività, la cooperazione e la collaborazione.

Per l'operaio sociale questa nuova frontiera dello sfruttamento è in realtà una gigantesca opportunità. Se la sfera produttiva si allarga a dismisura fino a coincidere con l'intera vita allora lo stipendio non può riferirsi ad un'attività tecnicamente misurabile e l'operaio sociale è il primo soggetto che può, materialisticamente parlando, mettere in questione la schiavitù del salario.

Perchè pagare come prestazione un'attività che non è più calcolabile, misurabile, isolabile? Il valore contemporaneo non dipende da un atto puntuale ma da un insieme di condizioni comuni e queste condizioni, conoscenza, comunicazione, cooperazione, appartengono a tutti. L'accumulazione capitalista attinge a questo fondo «generale» senza poterlo realmente possedere.

Ecco le coordinate del dilemma che si insinua dentro la riflessione di Virno. Com'è che, trascorsi quasi cinquant'anni dal determinarsi di un quadro in cui si intravedono enormi possibilità di liberazione il soggetto di questa possibilità non è mai stato in grado di fondare nuove istituzioni politiche, capaci di sopravvivere ai cicli di lotta e produrre elementi di reale autonomia?

Prende così corpo un excursus filosofico che ripercorre le tappe principali dell'antinomia tra potenza e atto al cui riguardo da sempre si contrappongono due visioni. Coloro che istituiscono una forma di corrispondenza per cui l'unica potenza conoscibile è quella che si trasforma in atto e coloro che, da Aristotele in poi, istituiscono una distanza teoretica tra ciò che si dà in potenza e ciò che invece si trasforma effettivamente in atto storico. Una distanza in cui non è affatto detto che, laddove non si compiano atti corrispondenti, ciò significhi che di fatto non se ne aveva la facoltà.

Per Virno possibilità e attualizzazione non coincidono mai pienamente e in questa distanza si produce una tensione che può sfociare tanto nell'invenzione quanto nella frustrazione. Volgendo lo sguardo al tempo presente ecco che l'impotenza non è una privazione o un'insufficienza ma al contrario un'eccedenza senza sbocco:

«Le forme di vita contemporanee sono segnate da una impotenza dovuta all'eccesso inarticolato di potenza, provocata cioè dall'affollarsi oppressivo e assillante di capacità, competenze, abilità……….in questione non è un vuoto che toglie il respiro, né una sconsolata povertà. In questione è invece la sovrabbondanza di una dinamys che, non riuscendo per molti e diversi motivi a convertirsi in un complesso di atti forgiati con cura, non fa che stagnare e macerarsi.»

E ancora: «In sintesi, l'impotenza contemporanea consiste nel pieno possesso di una potenza che, però, recalcitra a passare all'atto quando questo passaggio è previsto, opportuno, ricercato. Non si ha a che fare, quindi, con la penuria o l'eclissi di una capacità, ma con la duratura inibizione del suo esercizio effettivo.»

Questa tensione irrisolta tra pienezza e paralisi si manifesta in mille forme della vita odierna: nella proliferazione di saperi specialistici che non trovano un uso comune; nella capacità di comunicare incessantemente senza poter costruire una parola condivisa; nella produttività senza misura che non riesce a convertirsi in progettazione sociale. L'impotenza, insomma, non è una soglia negativa ma un paradosso: le facoltà umane sembrano moltiplicarsi all'infinito proprio mentre la capacità di orientarle svanisce. È come se la potenza avesse perso il proprio «luogo», la scena in cui prendere forma, e si fosse trasformata in «paralisi frenetica».

Questo ambiguo miscuglio frantuma ogni distanza tra pubblico e privato. L'impotenza descritta da Virno non è soltanto una categoria politica o economica: è un'esperienza esistenziale che attraversa la psiche contemporanea. Quando le possibilità si moltiplicano senza trovare una via d'uscita, quando la potenza eccede continuamente le forme disponibili dell'atto, ciò che nasce non è solo stagnazione sociale ma una ferita intima, quotidiana. La frustrazione non deriva dalla mancanza, ma dalla presenza opprimente di ciò che «potrebbe essere» e non riesce a diventare. È un disagio che abita le vite singole con la stessa intensità con cui attraversa le strutture collettive.

Come in una competizione sportiva, mente la sconfitta rimediata da un avversario più abile funge da stimolo che spinge all'impegno ulteriore, la sconfitta subita da un avversario che si poteva tranquillamente sopraffare aggiunge una frustrazione tossica che induce a dubitare di se stessi e delle proprie capacità ben oltre il ragionevole.

Così la potenza eccedente, se non trova organizzazione, produce ansia, inquietudine, un senso diffuso di inadeguatezza. Viviamo in un ambiente che continua a ricordarci ciò che potremmo fare, ciò che dovremmo realizzare, ciò che le nostre competenze ci permetterebbero di raggiungere. Ma questo appello costante alla prestazione si scontra con l'impossibilità materiale e sociale di tradurre quelle stesse competenze in forme stabili di vita. Ne deriva una tensione psicologica che alimenta comportamenti nevrotici, oscillazioni emotive, scoppi di rabbia apparentemente immotivati.

Anche le relazioni, pubbliche o private non importa, ne escono a pezzi: chi percepisce di possedere capacità non esercitabili tende a vivere l'altro come ostacolo, come limite, come intralcio. La cooperazione – teoricamente la risorsa più ricca del postfordismo – si carica così di risentimento. Invece di riconoscere nell'altro una possibilità di potenziamento reciproco, si finisce per vedere in lui un contendente, un concorrente, talvolta un nemico. La socialità stessa si avvelena, e l'individuo, isolato, si trova prigioniero di un eccesso che non può condividere. Da qui derivano nevrotiche, posture scostanti, chiusure difensive.

Il morso della frustrazione è talmente velenoso da generare un cinismo attivo: una diffidenza verso ogni progetto, verso ogni proposta di cambiamento, verso ogni tentativo di organizzare il possibile. È come se l'esperienza ripetuta della mancata attualizzazione avesse costruito un riflesso condizionato: meglio non credere, meglio non investire, meglio non tentare. Questo cinismo non nasce da mancanza di desiderio, ma dal suo eccesso frustrato. Non è quietismo, ma stanchezza della speranza. E si accompagna, in molti casi, a improvvisi scatti d'ira, a forme di protesta cieca, a rigetti istintivi di qualsiasi vincolo.

Questo prisma di dolori individuali rivela una dimensione profondamente politica. La soggettività che si produce in un ambiente saturo di possibilità inespresse è una soggettività oscillante, attraversata da desideri intensi ma incapace di stabilità. È sospinta ora verso il consumo compulsivo, ora verso la fuga, ora verso esplosioni di aggressività simbolica. Questa fragilità psichica non è un accidente: è funzionale a un sistema che prospera sulla mobilitazione continua delle energie senza mai permetterne la sedimentazione. La «paralisi frenetica» non è solo il destino della produzione, è il destino delle persone.

Tuttavia, questo panorama apparentemente sconsolante, non è una sceneggiatura conclusa. Proprio la teoria dell'impotenza, così come Virno la delinea, impedisce di pensare il presente come una fine. Se la potenza eccede sempre l'atto, allora nessuna epoca può dirsi conclusa. La storia resta aperta anche quando sembra imprigionata in forme che non riconosciamo più.

Proprio nella sua natura psicologica, quest'impotenza diviene rivelatrice: il disagio, la rabbia, la nevrosi non sono solo sintomi individuali: sono segnali che la potenza non ha trovato ancora il suo linguaggio, le sue istituzioni, i suoi tempi. La sofferenza psichica, per quanto dolorosa, indica che la vita eccede le forme in cui è costretta. È un indice di vitalità: nessuno soffrirebbe per ciò che non sente come possibile. La tensione tra potenza e atto, nella sua dimensione umana più immediata, è la prova che il soggetto non coincide con il ruolo in cui è confinato. È il segno che qualcosa dentro di noi continua a chiedere spazio, forma, riconoscimento.

In questa prospettiva, la paralisi frenetica non è solo un vicolo cieco: è anche il sintomo di un mondo in cui la vita eccede continuamente ciò che le viene chiesto di essere. È il segno che la potenza umana non si lascia esaurire dal destino che il capitalismo le assegna. È la testimonianza che, persino nell'impotenza, esiste un residuo irriducibile di libertà.

In eredità Virno ci offre questa consapevolezza fragile e irrinunciabile: anche nei tempi più bui la potenza ha un dimensione immanente che persiste, rimane, preme, continua a chiedere. Per trovare la risposta bisogna recuperare il gusto di ficcare le mani nel fango di questa fertile ambiguità. Dove una lacrima può farsi un bagliore.