Il codice e il capitale: educazione, lavoro e algoritmi nel nuovo regime digitale
L'algoritmo non è uno strumento neutrale: organizza il sapere e il lavoro, distribuisce opportunità e traduce nel codice i rapporti di potere del capitalismo digitale.

L'intelligenza artificiale è entrata a far parte della nostra quotidianità con una promessa allettante: alleggerire il lavoro, rendere i processi più efficienti e correggere le lentezze e le imperfezioni dell'organizzazione umana. Ma ogni tecnologia, quando entra a far parte dei rapporti sociali, non rimane mai soltanto uno strumento. Cambia i tempi, i gesti, le relazioni e i criteri di valutazione.
Per questo motivo, l'algoritmo non può essere considerato un dispositivo neutrale, ma una forma di organizzazione del sapere e del lavoro che definisce ciò che viene riconosciuto come competenza, prestazione, merito e cooperazione.
Quando la tecnica diventa potere, la critica marxiana può aiutarti a interpretare questa trasformazione. Nel capitalismo, la macchina non è mai separabile dal modo in cui viene impiegata: incorpora i rapporti sociali, trasferisce il sapere nel capitale fisso, sottrae il controllo al lavoro vivo e riorganizza la cooperazione secondo la logica del profitto. Oggi, l'algoritmo riproduce questa dinamica in modo più silenzioso e pervasivo. Non si limita ad automatizzare le operazioni, ma distribuisce i tempi, assegna le priorità, valuta le prestazioni, stabilisce gli accessi e le opportunità. La sua forza sta anche nella pretesa di presentarsi come misura oggettiva, mentre opera in un mondo già segnato da gerarchie, interessi e disuguaglianze.
Il lavoro vivo nel comando digitale
Nel contesto italiano, la logistica e il lavoro di piattaforma hanno reso visibile ciò che in altri ambiti resta più nascosto. Le mobilitazioni dei rider hanno mostrato che i punteggi, i ranking e le penalizzazioni automatiche non sono semplici strumenti di efficienza, ma dispositivi di disciplinamento. Allo stesso modo, le vertenze nei magazzini e nella grande distribuzione hanno messo in luce come i sistemi di programmazione automatizzata possano tradurre in calcoli precisi una razionalità aziendale spesso incompatibile con la vita quotidiana, la cura familiare e la contrattazione sociale.
Le inchieste e le decisioni giudiziarie degli ultimi anni hanno contribuito a incrinare l'idea dell'algoritmo come entità intoccabile. Hanno dimostrato che il codice può essere contestato, modificato e reso più trasparente. La questione, dunque, non è opporsi alla tecnologia, ma sottrarre la cooperazione sociale al comando opaco delle piattaforme. Le nuove forme di resistenza non chiedono di tornare indietro, ma rivendicano la possibilità di decidere collettivamente come la tecnica organizza il lavoro.
Regolare non basta
Il regolamento europeo sull'IA rappresenta un passo importante, in quanto riconosce che i sistemi algoritmici possono incidere sui diritti fondamentali, sulle condizioni di lavoro e sulla qualità della vita democratica. Tuttavia, la regolamentazione interviene spesso a valle dei processi che generano il potere digitale. Chiede trasparenza, tracciabilità e supervisione, ma non modifica la concentrazione proprietaria delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo. Il punto decisivo resta dunque politico: chi decide, chi beneficia e chi viene escluso?
Il digitale ha un corpo: energia, acqua, minerali, infrastrutture e lavoro umano. Il digitale viene spesso raccontato come immateriale, ma si regge su catene globali di estrazione, su data center ad alto consumo energetico e su una vasta manodopera invisibile: gli annotatori, i moderatori di contenuti, i lavoratori delle piattaforme digitali e i lavoratori precari che rendono possibile il funzionamento dei modelli. L'autonomia dell'IA è quindi un feticcio. Il lavoro umano non scompare, ma viene spostato, frammentato, nascosto e spesso svalutato.
Comprendere la materialità del digitale significa riconoscere che ogni innovazione ha un costo umano e ambientale e che questi costi non sono equamente distribuiti. Significa anche riconoscere che la cittadinanza digitale non può essere ridotta alla competenza tecnica, ma deve includere la capacità di valutare l'impatto complessivo delle tecnologie sulla vita sociale e sull'ambiente. Si tratta di un compito pedagogico e politico insieme, che richiede di riportare la tecnica nel campo della discussione pubblica e del conflitto democratico.
Luddismo e neoluddismo
Il termine "neoluddismo" viene spesso utilizzato per liquidare la critica prima ancora di discuterla. Si tratta di una scorciatoia polemica che confonde due piani distinti. Il luddismo storico non fu un rifiuto della tecnica in quanto tale, ma una contestazione del suo uso capitalistico. I lavoratori non distruggevano le macchine perché odiavano il progresso, ma perché queste venivano impiegate per ridurre salari, autonomia e diritti. Marx riconobbe questa intuizione, pur criticandone i limiti, perché vi scorse una forma immediata di resistenza: ancora incapace di cogliere l'intera struttura del rapporto sociale di produzione, ma già consapevole che la macchina non entrava mai in fabbrica da sola. Entrava sempre in un rapporto di potere.
Il neoluddismo, invece, è un'etichetta polemica che serve a evitare la domanda centrale: chi controlla la macchina? Chi decide come viene progettata, implementata e utilizzata? La critica non è un rifiuto della tecnica, ma un tentativo di orientarla verso fini socialmente desiderabili. Recuperare il significato storico del luddismo permette di sottrarre la discussione alla caricatura e di riportarla sul terreno dei rapporti materiali. La questione non è se la tecnica sia buona o cattiva, ma quali rapporti sociali incorpora e riproduce.
Nel regime digitale, questa distinzione diventa cruciale. Le piattaforme presentano l'algoritmo come un'entità neutrale, ma in realtà esso traduce una precisa razionalità economica. Contestare l'algoritmo non significa opporsi al progresso, ma rifiutare che la cooperazione sociale venga subordinata a logiche estrattive. In questo senso, le lotte contemporanee non rappresentano un ritorno al passato, ma una nuova forma di conflitto che si confronta con la specificità della tecnica digitale. La critica marxiana ci permette di riconoscere che ogni tecnologia è un condensato di rapporti sociali e che la sua trasformazione richiede un intervento politico sulle condizioni materiali della produzione.
Alternative possibili
Le alternative esistono, anche se parziali. Il cooperativismo di piattaforma, le reti mutualistiche e le esperienze di governance condivisa del codice e dei dati dimostrano che la tecnologia non è per natura capitalistica. Sono le forme di proprietà, finanziamento e controllo a determinarne gli effetti sociali. Riappropriarsi dei mezzi di produzione oggi significa anche riappropriarsi delle infrastrutture digitali, dei dataset, degli algoritmi e delle condizioni materiali della cooperazione.
Conclusione: una pedagogia politica della tecnica
L'intelligenza artificiale generativa non elimina il lavoro umano, ma lo rende meno visibile, più frammentato e, talvolta, più ricattabile. Per questo motivo, la questione non è soltanto economica, ma anche culturale, pedagogica e politica. La battaglia sull'algoritmo è una battaglia sulla formazione sociale: riguarda ciò che impariamo a considerare normale, i comportamenti che vengono premiati e le forme di vita che diventano più difficili. La cittadinanza digitale non può quindi ridursi alla competenza tecnica. Deve diventare la capacità critica di leggere la tecnica come una costruzione sociale, un terreno di conflitto e una possibilità di trasformazione.
Il regime digitale produce nuove forme di dominio, ma anche nuove forme di cooperazione. La sfida è riconoscerle, sostenerle e trasformarle in una capacità collettiva. La tecnica non è un destino, ma una forma storica che può essere discussa, contestata e orientata verso fini sociali. In questo spazio, teoria e prassi tornano a incontrarsi.
Continua a leggere — Analisi e inchiesta

Ex Ilva, quale siderurgia vuole l’Italia?
L’ex Ilva non è soltanto una crisi aziendale: è una scelta decisiva su salute, lavoro, decarbonizzazione e autonomia industriale del Paese.

Conviene disimpegnarsi e/o dismettere le Aerostrutture?
Dalla svolta militare di Leonardo ai siti di Pomigliano, Nola, Foggia e Grottaglie: perché perdere le Aerostrutture sarebbe una scelta industriale miope.

Trasparenza retributiva
La direttiva europea sulla trasparenza salariale cambia annunci, colloqui e piattaforme di reclutamento, rafforzando il diritto a conoscere retribuzioni e criteri di carriera.