Analisi e inchiesta

Ex Ilva, quale siderurgia vuole l’Italia?

Oltre l’emergenza di Taranto: salute, lavoro e politica industriale nella scelta sul futuro della siderurgia italiana.

di Rosario Muto—11 min di lettura
Operaio durante un controllo di qualità all’interno di un tubo nello stabilimento Italsider di Taranto, 1963
Operaio durante un controllo di qualità all’interno di un tubo nello stabilimento Italsider di Taranto, 1963

Oltre l’emergenza: una scelta di politica industriale

Ci sono crisi industriali che possono essere rinviate. Quella dell’ex Ilva non più.

Oggi rileviamo lo “tsunami” che si è abbattuto sui lavoratori dell’indotto legati all’area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Nicola Convertino, in qualità di presidente di AIGI – l’Associazione datoriale che raggruppa 28 aziende dell’indotto Ilva – ha trasmesso le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolge un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità.

Un provvedimento che rappresenta la conseguenza diretta dello stop dell’area a caldo e dell’incertezza sulle condizioni per una sua eventuale ripartenza.

Dobbiamo disinnescare la “bomba sociale”, ma siamo consapevoli che rincorrere soltanto le emergenze non porta lontano. E poi, tanto per restare nell’attualità delle vicende politiche, non vorremmo ricordare:

«Il governo più longevo della storia repubblicana come quello che chiude l’Ilva».

Il Governo italiano incontra i sindacati metalmeccanici a Palazzo Chigi per discutere ammortizzatori sociali eccezionali e misure di salvaguardia occupazionale e salariale. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy coordina un confronto interministeriale per rimodulare gli interventi industriali sul sito. Si chiede la sospensiva della decisione della Corte d’Appello di Milano che impone lo stop dell’area a caldo entro novanta giorni, subordinandone l’eventuale ripartenza all’eliminazione dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili.

Saranno i soliti rituali oppure sta arrivando il momento nel quale, finalmente, la politica proverà a dare una risposta a una domanda che da anni viene elusa: L’Italia vuole ancora una siderurgia nazionale? E, se la vuole, quale siderurgia è disposta a costruire?

Non semplicemente chi comprerà l’ex Ilva, quanti lavoratori resteranno o quanto denaro pubblico sarà necessario. Perché Taranto non è più soltanto una crisi aziendale. È diventata contemporaneamente una questione sanitaria, ambientale, giudiziaria, occupazionale e strategica. E il problema è che, mentre la politica ha continuato ad affrontarle separatamente, il tempo ha cambiato il quadro industriale.

Prima di tutto, la salute

Partiamo da ciò che non dovrebbe essere oggetto di trattativa: la salute.

La storia ambientale e giudiziaria di Taranto è troppo grave per consentire di riproporre la vecchia alternativa fra lavoro e salute. Non si può chiedere a una comunità di scegliere fra occupazione e diritto a vivere in un ambiente sicuro.

La Corte d’Appello di Milano, il 27 luglio, ha disposto lo stop dell’area a caldo entro novanta giorni, subordinando l’eventuale ripartenza alla bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili. La scadenza indicata per lo spegnimento è il 26 ottobre.

È una decisione giudiziaria che potrà essere impugnata e discussa nelle sedi competenti. Ma, politicamente, non può essere rimossa.

Anzi, dovrebbe diventare il punto di partenza di qualunque nuovo progetto industriale: non come vincolo esterno alla produzione, ma come condizione della produzione stessa.

La vera sfida è capire se Taranto possa tornare a produrre acciaio senza riprodurre il modello industriale che ha generato il problema.

Il mondo dell’acciaio

È qui che il dibattito italiano rischia di essere fuori tempo. Si parla spesso dell’ex Ilva come se l’obiettivo naturale fosse riportare Taranto ai livelli produttivi del passato. Ma il mercato mondiale non è più quello.

Nel 2025 il mondo ha prodotto 1,849 miliardi di tonnellate di acciaio grezzo. La Cina ne ha prodotte 960,8 milioni, l’India 164,9 milioni. L’Italia è stata il dodicesimo produttore mondiale con 20,7 milioni di tonnellate.

Il dato ancora più importante, però, è un altro. La capacità produttiva mondiale ha raggiunto nel 2025 circa 2,445 miliardi di tonnellate, mentre l’eccesso di capacità è arrivato a 640 milioni. Secondo l’OCSE, potrebbe salire a 745 milioni entro il 2028. Questo cambia completamente la domanda.

Non dobbiamo chiederci semplicemente se nel mondo serva acciaio. L’acciaio serve. Ma non serve necessariamente più acciaio prodotto ovunque allo stesso modo. Serve acciaio competitivo, affidabile, tecnologicamente adeguato, sempre più decarbonizzato e soprattutto coerente con le esigenze delle filiere industriali che lo utilizzano. È una differenza decisiva.

L’Italia non può fare a meno dell’acciaio

L’Italia nel 2025 ha consumato circa 23,8 milioni di tonnellate di prodotti siderurgici finiti, contro i 20,7 milioni di tonnellate di acciaio grezzo prodotti internamente. Dietro questi numeri ci sono automobili, meccanica, elettrodomestici, infrastrutture, energia, cantieristica, edilizia, difesa.

E c’è soprattutto una caratteristica strutturale dell’economia italiana: una delle più grandi manifatture d’Europa.

Perdere completamente una base siderurgica nazionale significherebbe quindi accettare una maggiore dipendenza dall’estero, proprio in una materia prima fondamentale per molte filiere industriali. Questo non significa che l’Italia debba inseguire la Cina sulla quantità. Al contrario.

Il vantaggio italiano è storicamente nella trasformazione, nella qualità, nella flessibilità, nella specializzazione e nell’integrazione fra siderurgia e manifattura. La siderurgia che serve all’Italia del futuro potrebbe dunque essere più piccola in termini di quantità e più sofisticata in termini di prodotto e tecnologia. Questo è il punto che spesso manca nel dibattito.

La siderurgia è cambiata

Anche il processo produttivo sta cambiando. Oggi circa il 70% dell’acciaio mondiale viene ancora prodotto attraverso la rotta altoforno-convertitore a ossigeno. Ma stanno crescendo le tecnologie basate sui forni elettrici e sulla riduzione diretta del minerale, mentre l’idrogeno viene considerato una delle possibili soluzioni per abbattere le emissioni. Non è però una rivoluzione gratuita.

L’IEA rileva che gli impianti basati sulla combinazione Idrogeno - DRI (Direct Reduced Iron) - Forno elettrico ad arco possono avere costi significativamente superiori a quelli della siderurgia tradizionale.

E qui arriviamo al problema che spesso la politica italiana evita di affrontare: la transizione ambientale è anche una gigantesca questione di competitività. Un’acciaieria elettrica può ridurre drasticamente le emissioni. Ma consuma molta elettricità. Un impianto DRI può ridurre l’uso del carbone. Ma richiede investimenti, disponibilità di gas o idrogeno, infrastrutture e materie prime adeguate. La decarbonizzazione, dunque, non si fa con un decreto. Si fa con miliardi di investimenti e con energia disponibile a prezzi competitivi.

E l’Europa l’ha capito. Non è casuale che la Commissione europea abbia inserito l’acciaio fra i settori strategici. Il Piano europeo per acciaio e metalli del 2025 parte da una constatazione molto concreta: l’industria europea è schiacciata contemporaneamente dagli alti costi energetici, dalla concorrenza internazionale e dagli enormi investimenti necessari alla decarbonizzazione.

E non c’è dubbio che l’acciaio resta essenziale per settori quali automotive, tecnologie pulite e difesa. È una presa d’atto importante.

Ma bisogna avere ben chiaro che decarbonizzare senza reindustrializzare significa semplicemente spostare la produzione altrove.

Non è sufficiente imporre standard ambientali alle proprie imprese se poi si importa acciaio prodotto in Paesi sottoposti a regole molto meno severe. La siderurgia europea ha quindi bisogno contemporaneamente di ambiente, energia competitiva e protezione dalla concorrenza che distorce i mercati. Ed è esattamente il problema che l’Italia si trova davanti con il sito di Taranto.

La partita delle offerte

Anche qui occorre evitare una semplificazione. Non è vero che nessuno sia interessato all’ex Ilva.

La holding indiana Jindal ha aggiornato la propria proposta sull’intero perimetro aziendale, tenendo conto dello stop dell’area a caldo. Poi c’è Flacks Group, un fondo di investimento con sede a Miami, che ha superato la concorrenza di un altro fondo USA, Bedrock Industries.

E in agosto è arrivata la novità forse più significativa: Federacciai ha presentato, insieme a 14 imprese siderurgiche italiane, una manifestazione d’interesse per rilevare gli impianti. L’interesse si concentra sull’area a freddo e sugli impianti di trasformazione, inclusi quelli dei siti di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, ma esclude l’area a caldo dello stabilimento di Taranto, sempre alla luce dei recenti provvedimenti giudiziari.

È un fatto importante perché, per la prima volta, il sistema siderurgico italiano si presenta direttamente come possibile protagonista dell’operazione. Ma non bisogna scambiare una manifestazione d’interesse per un’offerta definitiva. La proposta italiana è preliminare e non vincolante, prevede una possibile “newco” e richiede ancora una “due diligence”: la verifica delle condizioni necessarie per procedere.

Questa prudenza è comprensibile. Anzi, è probabilmente salutare. Perché chi mette capitale privato in un’impresa vuole sapere prima di tutto quali rischi sta assumendo. Qui sta uno dei nodi centrali della vicenda: Il capitale non ha nazionalità. Il rischio sì.

Sarebbe sbagliato però contrapporre capitale straniero e capitale italiano. Un grande investitore internazionale può portare denaro, tecnologia, mercati e competenze. Una cordata italiana può offrire conoscenza del mercato nazionale, integrazione con le filiere e una maggiore vicinanza al sistema manifatturiero. La domanda non dovrebbe quindi essere “italiano o straniero”.

Dovrebbe essere: chi è disposto a investire davvero, con quale piano industriale, con quali tecnologie, per quale mercato e assumendosi quale quota di rischio? È questo che deve valutare lo Stato. Non il passaporto dell’investitore.

Lo Stato

Qui si apre il capitolo più delicato. Lo Stato deve esserci? Sì! Ma non necessariamente per fare l’imprenditore.

La presenza pubblica può avere senso per finanziare ciò che il mercato difficilmente sostiene da solo: bonifiche, infrastrutture, formazione, ricerca, transizione tecnologica, connessioni energetiche, eventualmente una parte del capitale necessario alla trasformazione. Ma c’è una linea che non dovrebbe essere oltrepassata: lo Stato non può diventare il finanziatore permanente delle perdite di un modello industriale non competitivo.

La politica industriale non è mettere denaro pubblico in un’azienda. È creare le condizioni perché quell’azienda possa stare sul mercato. Questa distinzione dovrebbe essere il principio guida di qualunque soluzione. La questione sociale, però, è immediata. Mentre si discute di tecnologia e capitale, a Taranto il tempo corre. L’indotto ha già iniziato ad affrontare il rischio occupazionale.

Questo è forse il dato che dovrebbe pesare più di tutti sui tavoli, tavolini e caminetti politici. Perché dietro la parola “transizione” ci sono persone, famiglie, imprese che devono continuare a vivere e lavorare mentre il nuovo modello industriale viene costruito. Non sarebbe serio promettere che nulla cambierà.

Ma sarebbe altrettanto irresponsabile lasciare che il cambiamento avvenga attraverso una semplice distruzione di occupazione.

La politica dovrebbe quindi distinguere due obiettivi:

1- salvare il lavoro esistente dove è compatibile con il nuovo modello; 2- creare nuovo lavoro industriale dove quello esistente non potrà essere conservato.

Formazione, riqualificazione, manutenzione avanzata, automazione, tecnologie ambientali, logistica, energia e nuovi impianti devono diventare parte dello stesso progetto. Non misure collaterali.

La debolezza italiana

Ed è qui che la vicenda dell’ex Ilva smette di essere soltanto una storia pugliese. Diventa una storia italiana.

E probabilmente europea.

Per decenni abbiamo avuto una politica industriale spesso oscillante fra privatizzazioni, salvataggi, incentivi e interventi emergenziali. Molto meno spesso abbiamo avuto una strategia di lungo periodo capace di tenere insieme industria, energia, infrastrutture, capitale, ricerca e lavoro.

L’ex Ilva rende questa debolezza evidente. Perché il mercato mondiale dell’acciaio non è affatto un mercato “puro”: molti Paesi sostengono direttamente o indirettamente le proprie industrie strategiche, mentre la sovra-capacità globale cresce.

Pensare che l’Italia possa semplicemente ritirarsi e comprare all’estero ciò che le serve significa ignorare la natura stessa della competizione industriale contemporanea. Ma pensare che basti nazionalizzare significa commettere l’errore opposto.

Lo Stato deve essere abbastanza forte da governare il mercato, ma abbastanza disciplinato da non sostituirsi ad esso. È probabilmente questa la difficile maturità industriale che all’Italia è mancata. Eppure stiamo parlando soltanto di politica industriale. Per questo, nei prossimi confronti politici e istituzionali, evitiamo la ritualità.

Non serve l’ennesimo tavolo nel quale ciascuno ripete la propria posizione e il Governo promette di “monitorare”. Serve una decisione politica sul perimetro del problema, che elencherei nei seguenti punti, ai quali devono corrispondere altrettante risposte:

(a): quale capacità siderurgica si vuole considerare strategica per il proprio sistema industriale.

(b): quale acciaio si vuole produrre in Italia e con quali tecnologie.

(c): quanto capitale pubblico è necessario per la transizione e con quali limiti temporali.

(d): quali condizioni energetiche e infrastrutturali possono rendere competitiva la nuova siderurgia.

(e): come accompagnare lavoratori e indotto senza trasformare la transizione in una semplice espulsione di occupazione.

E solo dopo, cari/e "stakeholders" tutti, vengono le domande e le conseguenti scelte su chi compra e chi gestisce.

Conclusione

Non bisogna salvare l’Ilva. Bisogna costruire ciò che viene dopo. Forse è questa la cosa più importante.

Una fabbrica non è un monumento. Si devono salvare il patrimonio industriale, professionale, logistico e umano che può avere ancora un futuro. Questo potrebbe significare produrre meno acciaio rispetto al passato. Potrebbe significare produrne di migliore. Potrebbe significare abbandonare progressivamente alcune tecnologie e investirne altre. Potrebbe significare una presenza pubblica importante nella fase di trasformazione. Potrebbe significare anche l’ingresso di un grande operatore internazionale.

E potrebbe significare, se le condizioni saranno mature, una partecipazione del sistema siderurgico italiano.

Nulla di tutto questo dovrebbe essere deciso sulla base dell’ideologia. Ma sulla base di un principio molto semplice: l’Italia deve produrre ciò che è strategico, competitivo e sostenibile; non ciò che appartiene semplicemente alla sua storia industriale.

Taranto non può essere condannata né a scegliere ancora una volta fra lavoro e salute, né a diventare il luogo nel quale l’Italia sperimenta una nuova forma di assistenzialismo industriale. Può invece diventare qualcosa di diverso: il laboratorio nel quale una grande economia manifatturiera prova finalmente a costruire una siderurgia del XXI secolo.

La domanda, allora, non è se dobbiamo salvare l’ex Ilva. È se siamo ancora capaci di progettare un’industria prima che sia una crisi, di non ritorno, a costringerci a farlo. Non abbiamo davanti soltanto una vertenza molto difficile. Abbiamo davanti proprio questa scelta. E sarebbe bene che, questa volta, fosse una scelta.

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