La lunga vertenza Whirlpool
Dieci anni di lotta a via Argine, contro l'arroganza di una multinazionale e l'impotenza dei governi: come l'assemblea generale ha imposto la reindustrializzazione e fatto nascere il Green Factory.

Era l'ormai lontano 2015 quando Whirlpool mette sul tavolo un piano industriale con circa 500 milioni di investimenti da integrare con gli ammortizzatori sociali richiesti al governo. La multinazionale delle lavatrici non è una cosa da poco. Quasi 80 mila dipendenti, principale azienda del settore, presente nei mercati di quasi 200 paesi, 35 stabilimenti e 22 centri di ricerca tra Stati Uniti, Italia, Messico, Brasile, India Polonia e perfino la Cina. E da noi altri 5 siti, in particolare quello in provincia di Varese, con 2mila addetti, 17 linee produttive che lavorano su tre turni per un milione e 600 mila pezzi ogni anno.
E però passano appena tre anni e Whirlpool sollecita ulteriori ammortizzatori in cambio di nuovi investimenti. Il segno che qualcosa stava andando storto. E infatti, dopo qualche mese, Whirlpool conferma il piano ma annuncia che Napoli chiude.
L'arroganza delle multinazionali
È l'arroganza di chi sa di avere uno strapotere. Difficile pensare che un colosso di tali dimensioni non abbia la forza per trovare una continuità produttiva su Napoli, dove si lavorava un prodotto top di gamma ad alto valore aggiunto.
Inizia così un periodo difficilissimo. E la impotenza di politica e governi emerge tutta. Tra le maestranze lo sconcerto fu grande. Erano abituati da anni a una certa sicurezza.
Lì l'attività si era spesso tramandata da padre in figlio. La generazione degli anni 70 aveva fatto grande lo stabilimento di via Argine, i figli ne avevano ereditato il posto di lavoro ma non il modello di partecipazione e di forza. L'area era ormai tutta deindustrializzata, mancava a quel punto la forza operaia e sociale per provare a reagire.
Pur tra difficoltà parte la lotta
Tra mille difficoltà partono le prime assemblee.
Ci si abitua a discutere e analizzare i problemi. A vedere i nessi tra quanto succede in fabbrica e il ciclo più generale dell'economia globale. E così - anche se in un clima non facile - arrivano le proteste di piazza, i blocchi stradali, la capacità di costruire e saldare alleanze.
A pesare è il metodo scelto di dare centralità all'assemblea generale. Tutto viene discusso e deciso lì. Sono i lavoratori e le lavoratrici che dirigono la vertenza.
Una modalità consiliare fuori stagione, grazie anche alla sensibilità di alcuni dirigenti sindacali, in specie il segretario della Fiom, Rosario Rappa. L'azienda sulle prime appare sorpresa. I vertici Whirlpool pensavano al modello ormai classico di ogni vertenza. Qualche mese di tensione e poi avanti con licenziamenti e chiusura. E invece quella della Whirlpool diventa una vertenza vera. Non si tratta di una cosa facile. I governi che si alternavano in quei mesi sembrano impotenti. Arriva la botta durissima delle lettere di licenziamento e l'accelerazione aziendale che passa alla messa in campo degli incentivi in denaro.
Diventa più alta la capacità operaia
È il momento di massima difficoltà. Si poteva d'un tratto disperdere tutto. Lotte, cortei, la solidarietà cresciuta intorno ai lavoratori, la stessa unità sindacale dal basso che l'azione operaia aveva favorito e costruito. E invece in quelle infuocate giornate di lotta era maturata una consapevolezza più alta che spesso la lotta stessa produce. A quel punto i lavoratori invece di indietreggiare pongono ad azienda e governo il tema della reindustrializzazione. E quindi la ricerca di soggetti imprenditoriali all'altezza, capaci cioè di offrire continuità lavorativa e produttiva. Giorni di negoziati e conflitti. Speranze e delusioni si alternano. Finalmente poi nasce il bando. La lotta strappa che nel bando vi sia la clausola che l'area conservi la sua destinazione industriale, e che la cessione a costo zero sia subordinata alla garanzia che l'acquirente assuma, oltre alle nuove unità, tutto il bacino ex Whirlpool alle medesime condizioni normative e contrattuali.
La Tea-Tek
Come si sa nella gara ha la meglio la Tea-Tek, che è un'azienda campana del settore degli impianti fotovoltaici. Un gruppo che opera nel campo strategico dell'energia alternativa, nato nel 2000 e cresciuto negli anni. Sono i mesi di attesa dei fondi del pnrr, le aziende si muovono per coglierne le opportunità e la Tea Tek è in questo molto attiva. La collocazione dello stabilimento tra autostrada, porto e ferrovia, agevola i requisiti per fare operazioni importanti. Il piano industriale - pur nella necessaria prudenza - si mostra sin da subito in grado di reggere gli impegni. E ora l'operazione e' concretamente al suo via. È stato perfezionato l'ingresso di Invitalia nel capitale di Italian Green Factory spa (gruppo Tea Tek) attraverso il fondo salvaguardia imprese. 60 milioni di euro complessivi (30,9 da Igf e 29 da Invitalia), il progetto di reindustrializzazione prende forma. Insieme occupazione, sviluppo di tecnologia, una possibilità e una speranza per tutta l'area. L'esperienza dice che non bisognerà mai abbassare la guardia ma anche che, intanto, qui c'è stato un successo.
Il successo operaio, il ringraziamento e la festa
Grazie alla capacità operaia di saper articolare con intelligenza la lotta. Giusto che ora, i 294 lavoratori e lavoratrici ex Whirlpool, protagonisti di una lotta così strenua, intelligente e vincente, vogliano festeggiare e ringraziare tutti i soggetti che hanno - ognuno con la propria funzione - contribuito.
Lo faranno il prossimo 27 maggio, presso il teatro comunale di Massa di Somma, con uno spettacolo da loro stessi allestito, conferendo un premio simbolico a tutti i soggetti - noi di Scienza e Classe tra questi - che hanno sostenuto la loro battaglia. Auguri.